Generato non creato…

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Generato non creato… 150 150 Progetto Sum

Questo scritto è il frutto di riflessioni emerse da un gruppo di lavoro di psicologi psicoterapeuti che si interrogano sulla Genitorialità.

Cosa significa essere genitori? Cosa intendiamo per “funzione genitoriale”? La Bibbia, nel suo manifesto – il “Credo”-  tiene a sottolineare la differenza tra i termini generare e creare: Cristo è “generato (…) della stessa sostanza del padre” (divina, dunque), mentre è stato partorito da una donna e allevato poi da una coppia. Cosa conta di più, dunque; chi è il vero genitore? Fuori dalla terminologia cattolica, nel nostro pensiero, la questione ci interroga rispetto a quanto conti la parte biologica e quanto quella del prendersi cura realmente in una relazione. Le parole che utilizziamo non sono solo segni vuoti, ma danno significato all’esperienza e plasmano il nostro modo di muoverci nel mondo. Facendo un passo in più, possiamo pensare che ciò che faccia la differenza tra il generare e creare stia anche nell’idea che abbiamo dell’essere umano, e dunque di figlio: se pensiamo ad esso come soggetto attivo, o come un oggetto.

Potremmo pensare che il termine “creare” attenga ad un gergo che vede tale atto come un mettere al mondo un figlio inteso quasi come un oggetto, con caratteristiche più passive, e di proprietà dei genitori. Il “generare” vogliamo immaginarlo invece come un termine che implichi un approccio all’idea di figlio come essere con una propria soggettualità, che lo rende irrimediabilmente altro dal genitore, a sua volta soggetto. Da questo ne deriva che la relazione tra figli e genitori è pensata come ad una relazione tra soggetti, entrambi capaci di determinare e influire reciprocamente l’uno sull’altro e sulla qualità della relazione stessa. Questa affermazione, tratta dalle teorie della Psicoanalisi della Relazione e dei Sistemi Complessi, ha una portata notevole nel nostro pensare al rapporto genitori-figli e allo sviluppo dell’essere umano. Ma torniamo all’inizio della nostra riflessione: fino a che punto è legittimo sovrapporre l’essere genitori alla funzione biologica di aver contribuito alla nascita di un essere umano? Anche qui sembra che la risposta arrivi dalla imprescindibilità della relazione nel “farsi” di un individuo. Ormai la ricerca ha ampiamente dimostrato che il bambino ha capacità di interagire e dunque, aggiungiamo noi, è soggetto, già ben prima di venire al mondo: il “punto zero” dunque si è spostato molto indietro, e durante la gravidanza quel feto prima e quel bambino poi, entra in relazione con la madre in primis, ma anche con l’ambiente esterno in qualche modo. Questo rende ancora più complessa la questione, in cui le variabili da considerare sono sempre tante ed è lungi da noi voler dare delle risposte risolutive. Diversi esempi tratti dalla filmografia, dalla clinica e dalla cronaca, ci fanno da stimolo per questa riflessione. Per esempio, nei casi di utero in affitto o dei donatori anonimi di sperma, la genitorialità viene esplicitamente e volutamente separata dall’aspetto biologico che si limita al contributo nel dare la vita. Per contro, l’adozione, mette in campo una funzione genitoriale, che però non ha radici “di sangue”. Altrettanto vale per esperienze come l’affido, o situazioni altre, come presenta il film “Sotto le foglie”. È indiscutibile come queste situazioni pongano l’accetto sull’investimento affettivo nella relazione che, aggiungerei, fa da vero nutrimento nella crescita di un figlio. Tornando al considerare l’individuo, e dunque il figlio, come un soggetto, si aprono altre questioni strettamente connesse alla precedente. Essere soggetto implica essere attivi nel mondo e nelle relazioni, e riflettere sulla genitorialità significa chiedersi quanto consideriamo “nostro” ciò che generiamo: il corpo del bambino, il suo diritto alla salute, le sue scelte. La giurisprudenza comincia sempre più a riconoscere al bambino il diritto di scegliere per sé nelle decisioni che lo riguardano, ad esempio nelle cure mediche. Utile a tale riflessione è il film “La custode di mia sorella”, in cui una sorella minore si ritrova dalla nascita il “mandato” di tenere in vita, attraverso delle trasfusioni, la maggiore, con gravi problemi di salute. La legge tutela questi aspetti, perché occuparsi del corpo di un individuo non è un affare solo di quell’individuo, ma riguarda tutta la società. Si veda, nella nostra legislatura, il considerare il suicidio come un reato, o il fatto che non si possa agire sul proprio corpo in modo arbitrario. Stessa necessità si pone nel tutelare la gestione del corpo, e dunque la salute, di un figlio. Ancora, pensare un figlio anche minorenne come agente nella propria vita, che responsabilità pone allo stesso e al genitore? È giusto ad esempio che siano i genitori a pagare per le colpe dei figli, come da recente caso di cronaca?

Insomma, le questioni sono varie e pongono diversi interrogativi, che in questa riflessione si sono volutamente lasciati aperti. Siamo certi però che la nostra visione rispetto al soggetto e alla relazione, nonché del soggetto come relazionale, dia una direzione ben precisa rispetto al pensiero sulla genitorialità.

Scritto di Maria Lucia Cornacchia

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