Un dialogo fra Francesca Durante, Lucia Gambale e Fabio Vanni sul film Professor Marston and The Wonder Women
Fabio: Le ragioni di interesse per il film sono tre per me: è un film che riguarda le origini del nostro mondo disciplinare, la psicologia sperimentale, i suoi esordi accademici; siamo alla fine anni ’20 negli Stati Uniti, ad Harvard e la psicologia si autonomizza dalla filosofia, si vuole accreditare come scienza e lo fa con la visione di scienza di quell’epoca. Fra filosofia, scienze biologiche e fisiche. Però poi c’è un uso della ricerca che intreccia le vicende personali dei soggetti, ricercatori e partecipanti alla ricerca. La macchina della verità diventa strumento ‘scientifico’ e relazionale. Il secondo aspetto d’interesse è quello culturale. Mi ha colpito la rilevanza della morale dell’epoca che ha inciso fortemente sulla vita dei personaggi. La perdita del posto di lavoro in università, la valutazione da parte di una commissione, le violenze verso i figli, etc. La scelta privata dei protagonisti è diventata non solo oggetto di scandalo ma motivo di sanzioni formali e di esclusione sociale. Il privato che diventa potentemente pubblico. Accadeva anche un secolo fa ma in forme diverse da quelle odierne. L’aspetto che però mi sembra più interessante è quello della relazione sentimentale fra loro tre: il triangolo amoroso e il suo andamento nel tempo. Un tempo lungo, decenni, una famiglia vera e propria, con diverse fasi, e aspetti anche sorprendenti per me. Mi pare che il film voglia portarci a contatto proprio con questo tema, oggi di attualità, le nuove configurazioni amorose, raccontandoci come è avvenuto allora, in un altro mondo ma soprattutto in un’altra epoca. Non è certo nuovo, mi pare si voglia dire, quello che ci sta accadendo su questi temi, anche se ha forme in parte diverse. Mi sembra molto interessante il fatto che un rapporto amoroso a tre vada avanti con equilibrio e soddisfazione reciproca, produca quattro figli, e che poi rimanga nella coppia Olive-Elizabeth anche dopo la morte di lui, che i figli ne onorino la storia. Il trionfo di un amore che sarebbe facile trovare in forme volubili e transitorie e che invece appare sereno, pur attraversando momenti critici come il licenziamento di William, l’esclusione di Olive, la sua reintegrazione……
Francesca: Proprio l’ultima cosa che dicevi tu, sul fatto che loro poi continuino la relazione anche dopo la morte di lui, mi ha fatto pensare: peccato che il film non parta da lì. Sarebbe stato interessante aprire proprio su quella continuità, su quello che resta quando lui non c’è più. Io il film l’ho visto senza sapere assolutamente nulla. Non conoscevo la trama, non avevo letto recensioni. Mi sono fatta guidare solo dal titolo. E “Wonder Woman” per me richiama subito l’immagine della prima eroina femminile in un mondo di eroi maschili. Evoca potere, rivendicazione, emancipazione. Anche un certo modello erotico, che nel film in parte si vede: la donna con il costume, il gonnellino, le posture forti, un’immagine che rompe con l’idea del femminile casto e puro. È una figura che va contro i dettami sociali del suo tempo, che si espone, che occupa spazio.
Io mi aspettavo di ritrovare questa forza anche nel cuore del film. E credo che sia proprio qui il motivo per cui non mi è piaciuto del tutto: ho avuto la sensazione che tradisse più volte quell’idea iniziale. La prima volta in cui ci sono rimasta male è stato quando ho capito che, pur essendoci tanti elementi interessanti, il centro restava un altro. Perché devo dire che tutto il contesto scientifico l’ho trovato molto stimolante. L’uso personale della scienza, per esempio, mi è sembrato un aspetto forte: rende la scienza meno fredda, meno solo “camice e provetta”, più umana. Anche l’uso della macchina della verità, o il modo in cui conducevano gli studi, mostrano quanto la ricerca sia intrecciata alla vita personale. Questa è forse la parte che ho trovato più riuscita. Il punto però non è che il film parli di un genio che ha inventato Wonder Woman. Il problema non è che parli di lui. Il problema, per me, è che rimanga sempre centrato su di lui, anche quando avrebbe l’occasione di spostare davvero lo sguardo altrove. Tanti film raccontano la storia di un uomo, ma mi sembra che questo ci mostri le cose unicamente dalla sua prospettiva. È questo che mi ha irritata: resta incollato al suo sguardo. Le donne vengono presentate come brillantissime. Elizabeth, per esempio, è un personaggio complesso, affascinante, stratificato. Però non diventa mai davvero protagonista. La voce narrante, la prospettiva dominante, alla fine sono sempre le sue: il film si apre con lui che discute con l’editore sull’immagine, e da lì si torna indietro a ricostruire tutto. Sono le sue intuizioni, il suo colpo di genio, la sua visione a guidare il racconto. E così queste donne, pur così interessanti, finiscono per sembrare quasi dei satelliti che orbitano attorno al genio maschile. È in questo che ho sentito una forte incoerenza rispetto all’immagine evocata dalla copertina e dal titolo: mi aspettavo uno spostamento di centro che invece non avviene mai. Un altro punto di frizione riguarda il tema della libertà femminile. Se ne parla molto, ma sempre
in modo laterale. Penso, ad esempio, alla zia di Olive, una femminista impegnata politicamente, che scriveva di contraccezione in un’epoca in cui certi temi erano quasi impronunciabili. È un elemento potentissimo, anche simbolicamente legato alla nascita di Wonder Woman. Eppure resta sullo sfondo, non diventa mai davvero centrale. Anche qui si torna sempre alla visione di William, ai suoi modelli relazionali, alla sua teoria. Poi c’è tutta la costruzione della relazione a tre. Viene enfatizzata come scelta radicale, Olive lascia il fidanzato, si rompe un equilibrio precedente per dare priorità a questo nuovo legame. Succedono eventi enormi — gravidanze, convivenza, riorganizzazione familiare — ma tutto viene raccontato come un percorso sereno, quasi armonico. Eppure una relazione a tre è complessa. Lo vediamo anche oggi: ci sono dinamiche di potere, preferenze, gelosie, esclusioni, micro-tradimenti emotivi. Sono dinamiche sottili ma centrali. Nel film invece sembrano quasi assenti. Anche il tema dei figli resta indefinito: figli di chi? Che cosa sanno? Come vivono quella situazione? Il film sembra adottare una prospettiva un po’ semplicistica: ci vogliamo bene, viviamo insieme, il problema sono gli altri che giudicano. Ma nella realtà le relazioni sono più intricate del “vissero felici e contenti”. Qui sento un vuoto. C’è un solo momento in cui Elizabeth esercita un potere chiaro: quando dice che Olive deve andarsene. Lì ho sentito finalmente una presa di posizione. Per un attimo ho pensato: ecco, decide lei. Ma quando Olive torna, è perché William lo impone. E Elizabeth finisce di nuovo in una posizione di subalternità. La scena in cui Olive si inginocchia e chiede di poter tornare — e lo fa con quella richiesta quasi domestica, qualche giorno in più, una cucina nuova — mi ha irritata. In quel momento mi è sembrato evidente che non c’è una vera orizzontalità tra loro. C’è una verticalità, una dinamica di potere che però il film non esplora davvero, se non sul piano erotico. Anche il tema del bondage e del sadomaso appare come un’occasione mancata. Se vuoi raccontare il BDSM negli anni Venti, allora mostramelo come uno spazio di rinegoziazione del potere, dove i ruoli si ribaltano, dove chi è legato decide qualcosa tanto quanto chi lega. Invece sembra ancora una fantasia diretta da lui, con loro in posizione collaborativa rispetto al suo immaginario. L’ultimo momento che mi ha lasciata insoddisfatta è la fine. Lui si ammala, muore, e il film si chiude. Non vediamo cosa succede dopo. Non vediamo chi diventano queste due donne senza di lui. Continuano la loro relazione? Come si ridefiniscono? Che cosa accade ai figli? Avrei voluto che lo sguardo si aprisse oltre il genio, che il centro si spostasse sugli altri pezzi della storia. Forse sarebbe stato quasi un secondo film, e forse mi sarebbe piaciuto di più. Ho anche letto che la famiglia di Olive ed Elizabeth si era dissociata da questa ricostruzione così lineare e armonica. E allora mi chiedo: cosa c’era davvero dentro quella storia? Quali movimenti interni, quali conflitti? Sarebbe stato interessante esplorare proprio quella complessità, che oggi possiamo riconoscere anche nelle relazioni poliamorose contemporanee: relazioni possibili, certo, ma tutt’altro che semplici. Forse, in fondo, sono rimasta un po’ ingannata dal titolo. Mi aspettavo un film più radicale. Invece l’ho trovato rassicurante: sembra dirci che possiamo anche trasgredire, essere poliamorosi, essere donne libere e sensuali, ma senza spostare davvero l’assetto centrale del potere. Il centro resta comunque una visione apicale, maschile. E questo, alla fine, è ciò che mi ha lasciata più perplessa.
Lucia: Secondo me è un film che apre moltissimi temi importanti, ma che allo stesso tempo non li approfondisce davvero. Una delle frasi iniziali che mi aveva colpito di più è: «Come potresti vivere la vita se ti rifiuti di vivere?», detta a Olive. Io l’ho interpretata come una sorta di spinta a lanciarsi nelle sperimentazioni che seguono, come l’uso della macchina della verità per esplorare cosa lei prova davvero. In questo senso, la macchina sembra diventare uno strumento giocato a favore loro, soprattutto di lui. Elizabeth, però, aveva una sua teoria sulle emozioni, che era valida, ma che le era sempre stata rifiutata. Questo fa emergere secondo me un tema importante: la voce femminile che, in un certo senso, non ha davvero spazio. Anche se lui prova a darle voce attraverso Wonder Woman, allo stesso tempo si crea un gioco di ruoli e di potere. È come se fosse sempre lui a mediare e legittimare quella voce. Questo squilibrio si vede anche nella dinamica del triangolo. Quando Olive dice di essere interessata a Elizabeth, lei inizialmente aveva paura che Olive potesse andare con il marito, senza prendere in considerazione che la ragazza potesse essere interessata a lei. Ma, una volta che Olive si dichiara, Elizabeth non prende mai in considerazione che il desiderio potesse essere reciproco tra loro due, senza per forza coinvolgere lui. È come se fosse dato per scontato che tutto dovesse accadere insieme, sempre a tre. Per l’epoca, sicuramente questa rappresentazione è stata innovativa e ha rotto degli schemi, e mi ha fatto pensare all’idea di famiglia ricomposta, al tentativo di costruire nuovi equilibri, anche con i figli. Però anche qui il film non approfondisce davvero il conflitto. Ad esempio, quando la vicina scopre la situazione e Olive viene cacciata da Elizabeth: lui segue Olive e le chiede di non andarsene, ma non prende una posizione chiara con Elizabeth. È lei a decidere, e tra i due non c’è mai un vero confronto. Manca proprio la fase della discussione, del riconoscimento del punto di vista dell’altro. Questa dinamica si ripete per tutto il film: c’è sempre una persona che sceglie e l’altra che raccoglie le conseguenze, più che una decisione condivisa su cosa si voglia fare insieme. Anche nel caso delle gravidanze, Olive viene accolta perché non vuole vivere da sola la gravidanza, ma manca un vero confronto all’interno della relazione su cosa questo significhi. La scena che mi ha colpito di più, in negativo, è quando lui dice a Elizabeth qualcosa come “Elizabeth inginocchiati”. Quella frase non mi è piaciuta molto. Mi sono chiesta perché se Elizabeth non la vuole, deve essere lui a decidere di riaccoglierla in casa. Anche se tra loro poteva funzionare, e anche se era ciò che poteva desiderare lei, a mio parere quella doveva essere una decisione di Elizabeth, non sua, soprattutto considerando che lei se n’era andata perché stava male. Un altro tema che secondo me è stato completamente trascurato è quello dei figli. I bambini vengono bullizzati a scuola, quindi è probabile che sapessero o intuissero cosa succedeva in casa. Eppure non viene mai mostrato come loro vivono questa situazione, né quale narrazione la famiglia abbia dato ai figli. Chiamano entrambe “mamma”, quindi un equilibrio esiste, ma non sappiamo come sia stato costruito né spiegato. Infine mi ha colpito la scena in cui lui si arrabbia con la donna che gli chiede di togliere le scene di violenza nel fumetto e le dice: «Tu non hai diritto di giudicarci». Questa frase secondo me rappresenta l’idea centrale del film: il diritto di vivere le relazioni come si vuole, senza essere giudicati. È come se lui si sentisse attaccato non solo come autore, ma anche come uomo e come parte di quella relazione. Una relazione che forse anche altri vivevano, ma di nascosto, mentre la loro è diventata pubblica e quindi giudicata. Inoltre, Wonder Woman nasce proprio da quella esperienza reale quindi c’è un collegamento tra vita privata e fumetto. In conclusione, secondo me il film parte da una base concreta e molto forte, ma lascia aperti tanti temi senza mai entrarci davvero fino in fondo.
Fabio: Intanto devo notare che due donne e un uomo parlano di questo film ricostruendo una situazione triangolare come nel film….me ne accorgo adesso…ma non sarà un caso temo…. Capisco che voi avreste voluto un film che avesse altri contenuti, che approfondisse delle altre cose, in minima parte sono d’accordo, anche a me sono mancate delle cose, certo, e forse ci poteva essere, come dire, più spessore. La relazione viene rappresentata come più armonica di quanto fosse in realtà, certo. Però sono meno d’accordo su altre cose. Parto dalla questione del punto di vista. Tu Francesca dici che il punto di vista assunto è quello di lui, il genio….
Mi pare che questo sia vero per il versante pubblico, del personaggio pubblico, e d’altra parte lui era il professore di Harvard, l’inventore della macchina della verità, di Wonder Woman…Elizabeth era la moglie che non riusciva ad avere l’incarico accademico e Olive era una studentessa, come non considerare le differenze sociali dei personaggi su questo versante?
Ma non sono d’accordo per la parte privata, del triangolo amoroso, dove invece per me prevale la reciprocità, dove ognuno dei tre personaggi ci mette una propria parte senza supremazie, e
questo dualismo di livelli è interessante anche perché lui non esita a farsi travolgere dalla passione privata perdendo la sua reputazione pubblica, e anche il posto di lavoro prestigioso che aveva, salvo poi riconquistarne un altro differente. Lui è l’unico che perde davvero qualcosa in quel momento sul piano pubblico, anche perché forse era l’unico che aveva qualcosa di pubblico da perdere. Di solito è il contrario: sono le donne che rinunciano a qualcosa sul piano pubblico, la carriera, il successo, per un ruolo familiare di madre e moglie. Qui no. E’ un uomo che lo fa. Mi sembra interessante. Mi pare che ognuno a suo modo, Olive con la dolcezza e la giovinezza, qualcuno in modo un po’ più istrionico, diciamo così, come Elisabeth, William in un’altra forma ancora, l’intraprendenza, la solidità forse, co-costruiscono una relazione carica di reciprocità, di rispondenza a bisogni e desideri ai quali gli altri due danno stabilmente risposta. L’inizio della vicenda amorosa è interessante, come sempre, perché non mi pare proprio che sia William che ha in mente il triangolo, William casomai è attratto da Olive, Elizabeth cerca di non perderlo, Olive è interessata più a lei che a lui…ciò che accade è una negoziazione relazionale fra i tre, non c’è la regia di uno, secondo me. Torno sul tema del conflitto fra loro che non viene mostrato. Ci sono in realtà dei passaggi dove invece c’è eccome: l’espulsione – la chiamerei così – di Olive dove sembra Elizabeth a decidere, o il ritorno di Olive dove invece pare lui a decidere. Dico ‘pare’ perché in entrambi i casi mi pare che la posizione di uno esprime anche il sentire, almeno in parte, dell’altro/a. Nel rientro di Olive dopo il ricovero di lui è particolarmente evidente per me che anche Elizabeth voleva recuperare Olive nel rapporto e lui le dà gli strumenti per farlo: la sottomissione, nel linguaggio della sua teoria DISC.
È vero quindi che gli aspetti di conflitto sono stati messi meno in evidenza, ma questo io lo vedo come un espediente narrativo per raccontare ciò che succedeva un secolo fa in una situazione, sicuramente straordinaria, di una relazionalità amorosa triangolare. A noi oggi potrebbero interessare altre cose e se il film fosse stato ambientato nella contemporaneità certo che avrebbe avuto un altro taglio, ma l’intento forse era di rilevare la straordinarietà per l’epoca. C’è un altro tema che vorrei toccare ovvero l’invenzione di Wonder Women. Mi domandavo mentre vi ascoltavo il perché di questo personaggio, cioè cosa ci mette lui in questa sua creatura. E’ una supereroina, con aspetti di dominio e altri di sottomissione, se non capisco male, che combatte per un’etica, per la giustizia, contro ‘il male’. Non posso fare a meno di pensare che rappresenti lui stesso in tutte queste duplicità, complessità, comprese quelle di genere. Peraltro William spesso avrà parole di elogio per le donne nel film, come quando dice che sono loro che dovrebbero governare. Di fatto esprime attraverso questo personaggio un sentire che troverà consenso popolare in un’epoca in cui il femminismo sta emergendo come sensibilità comune. In certe parti del film sembra quasi ci vogliano far vedere le contraddizioni fra ruolo pubblico e vizi privati delle zie protofemministe di Olive e forse un po’ di tutta la società.
Francesca: Non credo. Io sono molto d’accordo con quello che diceva prima Lucia: il filmtradisce proprio questo aspetto. Nel momento in cui Olive dice a Elizabeth “Mi piaci tu”, non dice “voglio anche tuo marito”. Dice “mi piaci tu”. È lì che, secondo me, la situazione si complica davvero. E invece proprio lì si torna a una regia maschile: lui non può essere escluso da quella relazione.
È lui che le mette insieme. All’inizio non c’era nessun legame tra loro due: è lui che le fa incontrare, che le avvicina, che le introduce al mondo del BDSM. C’è una regia molto evidente, che è la sua. E anche nella dimensione intima e familiare della triade, è lui che a un certo punto dice a Elizabeth di sottomettersi. È lui che non può perdere Olive. Forse anche Elizabeth desiderava il ritorno di Olive, ma in quel momento aveva tutto il diritto di dire no. Come tutti noi: possiamo desiderare qualcosa, ma possiamo anche scegliere di non accettarla. È lì che sento che il film non si discosta mai davvero da quella prospettiva. Ho percepito forte la presenza di una sua fantasia, di una sua costruzione dietro tutta la storia. E mi dispiace, perché ho sentito poco quello che dicevi tu: che parte hanno avuto davvero queste donne in questo intreccio? Anche Elizabeth, per esempio, io non la sento così protagonista. La sento solo più rumorosa, più visibile. Olive mi irrita perché è quasi lo stereotipo della remissiva, dolce, accondiscendente. E questo per me è un limite del film: aver appiattito entrambe su immagini molto stereotipate. Elizabeth è quella quasi androgina, ambiziosa, che vuole fare carriera, che rivendica il proprio valore professionale. Olive invece è la figura più morbida, più accomodante. Ma le persone sono molto più complesse di così. Non sono bidimensionali. Non sono “forte” o “dolce” e basta. Sono intrecci di caratteristiche, contraddizioni, tensioni. Per questo dico che il film sorvola sui temi. Ne tocca tantissimi: la macchina della verità, la nascita di Wonder Woman, la relazione poliamorosa, il BDSM negli anni Venti. Si potevano fare quattro film diversi, profondi, complessi. Invece li sfiora appena. Ti lascia sempre con la sensazione che non possa essere tutto lì. Anche sulla loro relazione nel tempo: com’è possibile che una forma relazionale così fuori dai canoni, soprattutto in quegli anni, venga raccontata in modo così lineare? Se poi addirittura la famiglia ha preso le distanze da questa ricostruzione, viene ancora più voglia di capire cosa sia successo davvero. Come hanno vissuto quella scelta? Quali conflitti? Quali fratture?
Il film invece sembra dirci che è stato tutto possibile, quasi semplice, persino negli anni Venti. E certo, può essere stato un territorio esplorabile, può aver dato serenità. Ma le famiglie sono più complesse di così. Molto più complesse di quell’immagine così liscia e rassicurante che il film restituisce.
Fabio: Volevo introdurre un altro aspetto. La loro parità amorosa viene meno nel momento dell’espulsione di Olive in relazione ai figli. Mentre per tutto il film i figli sono indistintamente dei tre genitori, chiamano ‘mamma’ entrambe le mamme per esempio, in quel momento la madre biologica è ‘la madre’ e l’altra passa in secondo piano. Stessa cosa per il ruolo sociale: una è ‘la moglie’, l’altra formalmente non è nulla….annoterei che anche se avessero voluto formalizzare diversamente il rapporto non avrebbero potuto farlo. Allora come ora il matrimonio a tre era un reato. Qui, nel momento dell’espulsione di Olive c’è una lacerazione affettiva che offende perché prevale la forma sulla sostanza.
Francesca: Ecco, su questo, Fabio, torno a quello che dicevi all’inizio: lui è il professore, lei è la moglie. Se restiamo sul piano formale che in qualche modo giustifica anche certe scelte narrative, il protagonista è lui, il professore, e lei è la moglie. Dentro questa cornice, nel triangolo non può davvero esserci uno scarto di ruoli: Olive resta l’amante. Ma questo entra in contraddizione con i quindici anni di relazione che il film racconta come qualcosa di stabile e condiviso.
È proprio lì che, secondo me, il film mostra il suo limite: introduce un elemento che sembra rompere gli equilibri, ma lo inserisce dentro una gerarchia che in realtà non viene mai messa davvero in discussione.
Fabio: Sì, formalmente gli sposi erano loro due. E questo movimento definitorio, in un certo senso, avviene dopo che il mondo entra nella relazione, perché la vicina li vede. Allora lì non siamo più tutti uguali, non siamo che io amo te, come amo lui, come ci amiamo tra di noi, no, allora io sono la moglie, cioè quando il mondo entra, quando non sono più io che controllo quello che il mondo vede, ma è il mondo esterno che per qualche ragione entra nel privato. È plausibile che in quei momenti scatti qualche cosa, così come è possibile che nella situazione in cui lui è malato, ha il cancro, sta morendo, questo gli dia un’arma fortissima alla quale Elizabeth non può sottrarsi.
Francesca: Non lo so, ma in quel punto io ho sentito proprio un riallineamento delle posizioni. Come a dire: chi comanda davvero? Chi decide? Olive torna perché lui lo vuole. Magari lo desiderava anche Elizabeth, non sto dicendo di no. Però aveva tutto il diritto di dire di no. E non lo dice.
Per me non lo dice perché il film resta centrato su di lui, e in questo senso lo trovo maschilista. La prospettiva continua a essere la sua. È un po’ come quella frase: “Dietro un grande uomo c’è sempre una grande donna”. Qui sembrano due grandi donne dietro un grande uomo. Due figure importanti, ma comunque dietro. E ho la sensazione che la morale del film, in fondo, si chiuda lì: il genio al centro, e attorno due donne fondamentali ma laterali. All’inizio Elizabeth sembra avere un ruolo forte nelle decisioni. Però io lì vedo già un pensiero che è il suo, di lui. L’assistente viene coinvolta, messa in mezzo agli esperimenti, osservata. C’è quella scena in cui lui guarda Elizabeth che guarda Olive. E in quel momento io ho pensato: ma qui c’è qualcosa di intenzionale. È proprio lì che ho avuto la sensazione di un disegno, di una costruzione precedente. Come se tutto fosse stato orchestrato fin dall’inizio. È in quel passaggio che ho percepito con più chiarezza che c’era una regia, e che quella regia era la sua.
Fabio: E’ interessante: tu dici che lui avesse già la fantasia di una situazione al tre se capisco bene. È possibile però che la situazione che aveva in mente fosse quella classica, cioè che fosse attratto da Olive e che l’andare a una situazione a tre sia nato nella dinamica in cui c’era dentro anche Elizabeth.
Francesca: Io, per esempio, l’ho letta molto come una fantasia di lui. Questa idea della triade mi è sembrata nascere soprattutto dal suo desiderio. E secondo me si intuisce proprio nel momento in cui Olive si dichiara.
Elizabeth sa che lui desidera quella fantasia e la asseconda, anche con il gesto di dire “vieni anche tu”. Ma io l’ho letto anche come un modo per non perderlo. Cioè: sono la moglie, siamo negli anni Venti, quanto margine ho davvero per oppormi a ciò che mio marito desidera? Se non lo assecondo, cosa succede?
Per questo non mi è sembrata una scelta pienamente libera. Se proviamo a immaginare i pensieri di Elizabeth, potrebbe essere qualcosa come: “Devo accettarlo per non perderlo”. E questa non mi sembra una decisione presa in totale lucidità e autonomia. Mi sembra piuttosto la scelta di una donna degli anni Venti, che non può permettersi di perdere lo status di moglie del professore.
È una scelta che parla di un femminile fortemente condizionato dalle convenzioni sociali e culturali dell’epoca. Non la leggo come una scelta davvero libera; la leggo piuttosto come una scelta d’amore, ma dentro un sistema che lascia poco spazio alla libertà.
Fabio: Non so se è così, potrebbe darsi. Questo non esclude però che ci potesse essere anche desiderio da parte di Elizabeth e di Olive, non soltanto che se lo facciano andar bene. Tutti poi sono presi da esigenze sociali. Anche lui, in fondo: il suo maschile è un maschile di quello che deve rispondere ad un certo ruolo. Il non voler perdere il marito da parte di Elizabeth è comunque anche una scelta soggettiva.
Francesca: Però il maschile ha meno pressione sociale su questi aspetti rispetto a un femminile degli anni 20.
Fabio: Non ne sono convinto. Diverse. Non so se minori. Forse c’erano pressioni sociali più rigide di oggi per tutti, pressioni che si esprimevano anche in norme giuridiche, in atti di polizia, etc.
Francesca: Io non penso che una donna, in quel periodo storico, avrebbe potuto fare una scelta diversa. Non perché non lo volesse, Fabio, ma perché c’era una differenza di status tra uomo e donna. Non credo che una donna negli anni Venti potesse permettersi una spinta emancipatoria del tipo: “Se vuoi stare con lei, io me ne vado di casa”. In questo senso la differenza di genere è evidente. Sarebbe interessante immaginare la situazione opposta: una donna che dice al marito “Facciamo entrare un mio amico nella nostra coppia” e vedere che cosa accadrebbe. Probabilmente la reazione sarebbe molto diversa. Anche sul piano della libertà decisionale, io non penso che maschile e femminile fossero paragonabili, soprattutto in quel contesto storico-sociale — e in parte ce lo siamo portati dietro per decenni. Lui rischiava il lavoro; lei rischiava di non esistere più socialmente. Se lei avesse detto di no e avesse lasciato il marito, cosa sarebbe successo a una donna negli anni venti? Non era solo una questione professionale, era una questione di status, di reputazione, di sopravvivenza sociale.
Lasciare il marito perché aveva un’altra donna — per quanto oggi possa sembrare un gesto di coraggio — all’epoca significava esporsi a una rovina concreta. E poi sappiamo che molte relazioni parallele maschili esistevano, ma spesso restavano nascoste, protette dallo sguardo pubblico. Insomma, stiamo parlando di un sistema profondamente asimmetrico.
Lucia: Sì, esatto. Quello che mi fa riflettere è soprattutto il tema della condivisione. Nel senso che non sappiamo davvero come queste dinamiche venissero vissute nella loro casa, né come si giocassero concretamente nella quotidianità. C’è però sicuramente un grande coraggio nella scelta di dichiarare apertamente la relazione; lui perde il lavoro proprio a causa di questa esposizione, quindi c’è un assumersi il rischio e il peso di renderla pubblica. Sulla relazione a tre in sé, è difficile dire come funzionasse davvero. Quello che però non mi convince è che, nonostante tutte le pressioni esterne e le complessità in gioco, il film non riesce a restituire fino in fondo come queste tensioni venissero vissute e attraversate all’interno della relazione stessa. Secondo me questo aspetto va letto tenendo conto del contesto storico. Se pensiamo a un film ambientato negli anni venti, forse era necessario costruire figure femminili in quel modo; la donna accondiscendente che tende ad accettare ciò che le capita più che scegliere davvero. Immagino che, anche in quel periodo, per quanto ci fosse una parvenza di scelta, l’uomo avesse comunque molta più libertà. Lui poteva scegliere la donna, mentre la donna doveva adattarsi a una posizione sociale già definita. Questa asimmetria di libertà io la sento molto nel film. La figura di Wonder Woman, in realtà, avrebbe potuto non essere inserita nella storia. Quello che mi fa riflettere sul ruolo di questa eroina è il fatto che lui sottolinea come le due donne abbiano ciascuna delle caratteristiche che mancano all’altra. Nell’insieme dunque formano la donna ideale che lui desidera. É come se Wonder Woman fosse una sorta di sintesi delle due figure femminili che lui ha accanto.
Francesca: Cioè, tu non lo trovi in parte oggettificante? Io, in realtà, lo trovo anchecontraddittorio rispetto a quello che succede nel film. Perché, alla fine, quella persona viene sottomessa.
In un certo senso Wonder Woman, nelle scene legate al bondage e alla violenza che in teoria avrebbero dovuto essere mitigate, diventa contraddittoria: da un lato incarna l’ideale femminile forte e eroico, ma dall’altro finisce per essere parte di dinamiche di sottomissione. In realtà, questa contraddizione non riguarda tanto il film nel suo insieme, quanto l’immagine dell’eroina rispetto a ciò che lui pensa: le due immagini coesistono, ma si contraddicono nettamente. Anche per lui la situazione è complessa, perché dalle immagini che vediamo lei è allo stesso tempo l’eroina e colei che sperimenta sottomissione.
Fabio: William parla di sottomissione a un dominatore buono come di una bella cosa, non di una sottomissione sadica, dove godo del far soffrire, ma piuttosto forse della protezione dell’altro che tengo in mio potere.
A proposito del tema sociale-soggettuale mi sembra anche utile sottolineare che Olive lasciando il fidanzato per la coppia fa una scelta nella quale mette al primo posto il suo desiderio e all’ultimo la convenienza sociale. E lo ribadisce anche quando lui perde il lavoro di professore. La più attenta a questa parte sociale sembra Elizabeth che ha molte remore nel proseguire pubblicamente questo menage a trois.
Francesca: Anche considerando la teoria della sottomissione al “padrone benevolo”, resta comunque evidente una dinamica di potere: perché c’è bisogno di una sottomissione? Qual è il punto di tutto questo? In parte, questo contrasta con l’immagine che il film dà della relazione, che appare invece scorrevole e armoniosa, come se tutto procedesse in maniera molto fluida.
Lucia: Questo film mi fa pensare al tema del tradimento e al fatto che, in questo caso, la relazione a tre seppur dichiarata poteva configurarsi come un tradimento. È interessante perché in entrambi i casi, che sia dischiarato o meno, emerge l’idea che la presenza di un terzo possa comunque avere una funzione nell’equilibrio di coppia. Il tradimento è un tema di cui si parla, ma non abbastanza, e secondo me è ancora poco approfondito nel suo funzionamento all’interno delle dinamiche relazionali. Oggi se ne parla di più, in passato veniva nascosto, ma resta comunque qualcosa di molto comune. In questo senso, se paradossalmente la relazione a tre non fosse così definita, avremmo potuto comunque vedere una coppia che avrebbe continuato a funzionare lo stesso.
Fabio: Un aspetto interessante di questo tipo di vicenda a tre rispetto a quella che c’è in caso di tradimento di un componente di una coppia è che chi è espulso dal triangolo perde tutto, chi resta perde un componente ma l’altro gli resta. Nella separazione di coppia invece la perdita dell’oggetto d’amore è totale. Quello che però tornerei a sottolineare è che in questo film si mostra la possibilità di condurre una vita sentimentale abbastanza serena amando ed essendo amati da più persone e costituendo con loro una configurazione familiare, comprensiva di figli.
Francesca: Questo c’è. Però l’amore è complicato, nel senso che io posso amare anche tre persone, ma non è semplice. L’amore è difficile, è un lavoro.
Se hai due partner, con tanta stima reciproca, il lavoro raddoppia: è una fatica pazzesca. Non è la storia del batticuore da Disney, è un vero lavoro di relazione: confronto, mediazione, comprensione, messa in discussione, riappacificazioni. È bellissimo, ma impegnativo, mentre il film sembra dare tutto un po’ per scontato.
Vedi loro che guardano i bambini giocare nel giardino? Ho pensato: ma dai, non può essere così semplice. Vuol dire che, in tutto il caos che descrivi, il caos c’è stato davvero, moltiplicato per tre. Eppure il film resta un’occasione mancata, o magari un modo di rappresentare quell’epoca: quando c’erano problemi, non se ne parlava. È molto romanzato, certo; probabilmente la storia reale non la sapremo mai. Può essere un racconto rappresentativo del tempo, ma sotto molti aspetti, secondo me, rimane incompleto.
Lucia: Quindi forse il fatto di non mostrare i problemi può essere una scelta narrativa legata all’epoca. In passato dell’emotività e dei problemi non si parlava. Doveva andare tutto bene, almeno in apparenza. Forse è anche per questo che il film non entra mai davvero nei conflittiemotivi. La famiglia che viene rappresentata è una famiglia che sembra poco propensa a discutere dei sentimenti. Le conversazioni non sono dei reali confronti, ma sono per lo più conversazioni decisionali.
Fabio: Questa posizione della moglie che sta sulla finestra ad assistere alle lezioni di lui è interessante. Mi sono domandato perché lei stesse lì. Voleva controllare visto che lui, appunto, faceva il piacione con le studentesse?
Francesca: Secondo me lei si mette vicino alla finestra perché così può osservare loro: sente il marito, sa che fa il piacione, ma allo stesso tempo li tiene d’occhio. Dietro questa posizione
di controllo c’è però una chiara mancanza di fiducia: non si fida completamente di quello che sta succedendo e teme per ciò che è importante per lei. A me questa donna fa un po’ pena, non so come dirlo… è evidente che tenga molto al marito, ma senta anche il pericolo che le venga sottratto.
Fabio: A lei piaceva molto lui e lo vedeva, come spesso accade, come una persona che poteva piacere. Quindi l’ansia che qualcuna potesse stare al gioco seduttivo di lui è plausibile e fa un po’ da preliminare a tutta la storia, no? Io non posso rimanere fuori, piuttosto sto dentro come si può.
Francesca: Non posso restare fuori. Non voglio essere né la moglie tradita né quella abbandonata. Ci sono perché voglio controllare la situazione e prendere una posizione, no? Mi sembra che stare vicino alla finestra esprima proprio questo: è un modo per assumere un ruolo
attivo. Il film, in un certo senso, ci mostra la triangolazione: lui al centro che fa il piacione, loro davanti che gli sorridono e ricambiano gli sguardi, e lei che osserva. Lei guarda sia lui sia loro, partecipando da un’altra prospettiva. Per Elisabeth, la minaccia più grande sarebbe restare fuori: essere esclusa dalla dinamica, quella è la vera paura.
Tra l’altro la regista è una donna. Mi era quasi venuta voglia di scriverle… Non lo so, io resto con la sensazione di un clima un po’ superficiale su diversi aspetti. La vivo davvero come un’occasione mancata: c’erano tutti gli elementi per far emergere temi centrali
— il femminile, le relazioni, le dinamiche di potere — e invece restano poco esplorati. È un peccato, anche perché il film è del 2017. Se scegli di raccontare quella storia oggi, puoi usarla come spunto per approfondire questioni importanti. Invece mi sembra che anche quella vicenda venga trattata in modo piuttosto leggero.
La macchina della verità è un filone, Wonder Woman è un altro, la relazione poliamorosa un altro ancora… ma nessuno viene davvero sviluppato fino in fondo. Forse si poteva scegliere un tema e portarlo avanti con coerenza per tutto il film. Se il centro era la relazione, allora si poteva scavare davvero lì. Così, invece, mi lascia un po’ interdetta. Ho la sensazione che tanto sia stato accennato, ma poco davvero approfondito.
